CAPITOLO QUARTO

Commento sui risultati del questionari

Le conclusioni 

Nella prefazione di questa tesi era stato indicato come, questo quarto ed ultimo capitolo, sarebbe stato utilizzato per commentare i dati ricavati dall’elaborazione dei questionari proposti ai nostri atleti.

I risultati che sono stati ottenuti, rispecchiano, in parte, quella che è la diversità caratteriale che esiste tra uomo e donna, ma è ben delineata anche la differenza tra coloro che praticano sport di squadra, e sport individuali, e tra gli atleti professionisti o semiprofessionisti, e amatoriali.

Esaminiamo ora le caratteristiche emerse dagli atleti praticanti sport individuali maschili.

Gli atleti presi in considerazione per questa categoria, praticano, in prevalenza, sport a livello amatoriale, vedono la figura dell’allenatore come una persona importante e presente, la società, al contrario, è vista come assente e distaccata, forse perché, come indicato dal livello dello sport praticato, la categoria amatoriale non è quasi presa in considerazione, spesso, infatti, lo staff dirigenziale è nullo o formato da poche persone.

Nonostante l’infortunio subito sia visto dalla maggioranza come mediamente grave, i tempi di recupero fisico, ma anche psicologico, sono molto ridotti.

Un altro fattore importante che può spiegare maggiormente recuperi talmente veloci, può essere trovato nel fatto che più della metà degli intervistati, sente d’essere leader di se stesso.

Quest’ultimo dato spiega anche l’altissima percentuale che sostiene di sentire di poter gestire bene i propri stati emotivi, e di avere sotto controllo le situazioni importanti che riguardano il proprio futuro e quello della propria squadra.

Dalle risposte date emerge, ancora, un atleta molto orgoglioso, forte sì fisicamente e psicologicamente, ma che ha avuto principalmente come stimolo a riprendere più velocemente l’attività, la voglia di rivincita e quella di dimostrare a se stessi e agli altri di potercela fare, solo il 18% degli intervistati indica, infatti, la voglia di ricominciare, come causa scatenante che ha accelerato il recupero.

Ultimo dato, ma forse il più importante ai fini della nostra ricerca, il fatto che la maggior parte dei nostri atleti indica come leader una figura singola.

Questo dato deve essere evidenziato perché, anche negli sport individuali femminili, l’allenatore è visto dal 60% delle atlete, come leader.

Per quanto riguarda gli uomini, la figura che è vista come leader, dopo l’allenatore, è un amico, mentre la famiglia o il compagno di squadra, in questo caso s’intende un compagno praticante la stessa disciplina, ricevono solo il 13% delle preferenze.

Per quanto riguarda i questionari che trattano degli sport individuali femminili, i dati emersi sono i seguenti.

La percentuale di coloro che praticano sport a livello semi professionistico o, addirittura, professionistico, è più alta rispetto agli uomini, solo il 35%, infatti, pratica sport a livello amatoriale, nonostante ciò la società risulta assente e distaccata in percentuale ancora più elevata, forse perché, nei questionari compilati dagli uomini, vi è un maggior numero di atleti professionisti (il 20% contro il 18% delle donne), l’allenatore risulta, invece, sempre e comunque una figura importante e presente, come già scritto precedentemente è indicato come leader da più della metà delle intervistate.

Il recupero fisico è, tutto sommato, abbastanza veloce, anche se meno che negli uomini.

Il recupero psicologico, invece, è più lungo rispetto a quello fisico, e rispetto alla gravità dell’infortunio che le intervistate hanno descritto.

A differenza degli uomini, indicano come causa che ha rallentato il recupero, il timore fisico per la zona infortunata, ed il timore di non ritrovare la precedente forma fisica, solo una piccola parte dice di non aver avuto paure che hanno rallentato questa “convalescenza” (per gli uomini, al contrario, ben il 73% diceva di non aver avuto nessuna paura).

Le cause scatenanti che hanno agevolato il recupero indicano però, anche in questo caso, la voglia di dimostrare a se stessi e agli altri di potercela fare, anche se al secondo posto emerge la voglia di ricominciare, poi l’amore per lo sport praticato e la voglia di rivincita, quest’ultima è indicata in piccola percentuale rispetto agli uomini, ciò potrebbe evidenziare minore orgoglio.

Le donne, a differenza degli uomini, programmano di più le mete che intendono raggiungere, ma impiegano anche più tempo a raggiungere i risultati che si erano stabilite.

Anche per le atlete, la percentuale che sostiene che l’infortunio non ha influito sul rendimento successivo è elevata, ma è più elevato, rispetto agli uomini, anche il numero di coloro che sostengono di aver risentito di un blocco psicologico e di impedimenti fisici.

Rispetto agli uomini, si sentono più leader emotive di loro stesse, ma coloro che hanno risposto di aver bisogno della figura costante di un leader cui poggiarsi, lo ritengono maggiormente importante rispetto agli atleti.

Sono sicure di se stesse e di poter gestire bene le proprie emozioni, poiché rispecchia la loro leaderschip, hanno anche un buon controllo del proprio futuro sportivo e di quello della loro squadra, ma non denotano la stessa sicurezza descritta nelle domande riguardanti la leaderschip e il controllo delle proprie emozioni.

Passiamo ora ad esaminare i dati che sono stati ricavati dai questionari degli atleti di sesso maschile, praticanti sport di squadra.

Il primo dato che ricaviamo da questa ricerca, è che la maggioranza degli intervistati, pratica l’attività sportiva a livello professionistico e semiprofessionistico, e che l’infortunio subito è definito grave, o mediamente grave, dalla quasi totalità degli atleti.

Il recupero fisico rispetta il livello del danno subito, con la percentuale maggiore di risposte fra uno e sei mesi.

Il recupero psicologico è elevato fra uno e sei mesi, come per quello fisico, ma troviamo anche un’alta percentuale, rispetto a quest’ultimo, di chi recupera in un mese.

La maggioranza degli atleti ha inoltre indicato, di non aver avuto dei timori che hanno rallentato il recupero, questo dato denota, ancora una volta, la gran forza psicofisica che caratterizza il sesso maschile.

La voglia di ricominciare, di riprendere l’attività, differentemente dagli sport individuali, è stata la risposta maggiore alla domanda sulle cause che possono aver accelerato il recupero, ma la voglia di rivincita e di dimostrare a se stessi e agli altri di potercela fare, che sommate arrivano al 35% delle risposte date, sottolineano, ancora una volta, l’orgoglio ed il bisogno di riconoscimenti esterni.

Dato importante che riguarda questa domanda sulle cause scatenanti un recupero più veloce, è che, essendo il nostro campione formato per lo più da professionisti e semiprofessionisti, per la prima volta saltano fuori gli incentivi monetari, anche se con solo il 5% delle risposte.

Il livello di attività più alto, fa sì che vi siano anche più atleti che hanno programmato le mete da raggiungere, ma c’è da dire che la maggioranza di questi, ha raggiunto tali mete in tempi più lenti, soprattutto rispetto alla velocità dei recuperi.

Anche per quanto riguarda l’influenza dell’infortunio sul rendimento successivo, le risposte maggiori sono state su nessun’influenza, ma subito dopo figura un buon 18% che risponde che l’infortunio ha causato, almeno per i primi tempi, un blocco psicologico.

La maggioranza sente d’essere leader di se stesso, ma chi risponde No, indica preferibilmente un familiare o un compagno di squadra, rispetto all’allenatore indicato da coloro che praticano sport individuali.

La figura del leader è ritenuta abbastanza importante, l’allenatore è comunque presente, e sale anche l’importanza e la presenza della società, di pari passo al livello dello sport praticato.

La quasi totalità è cosciente del controllo delle proprie emozioni e del proprio futuro sportivo, oltre che di quello della propria squadra.

L’ultimo campione da esaminare, è quello delle risposte date dalle atlete che praticano sport di squadra.

La maggioranza delle intervistate pratica sport a livello semiprofessionistico, ed ha subito un infortunio mediamente grave, il recupero fisico è avvenuto per la metà in un mese, e per l’altra metà fra uno e sei mesi, quindi c’è stato un recupero fisico tutto sommato abbastanza veloce.

Il recupero psicologico invece è lento, ben il 17% ha recuperato, infatti, in più di sei mesi, tempo che non appariva nemmeno nel recupero fisico.

Ancora una volta, quindi, la donna dimostra, almeno apparentemente, di avere meno forza e maggiore paura, soprattutto per la zona infortunata, solo una piccola parte dice di aver avuto timore di non ritrovare la forma fisica.

Quasi tutte hanno avuto una causa che ha accelerato il recupero, ed anche qui, come per gli sport di squadra maschili, ed a differenza di quelli individuali, la maggioranza indica la voglia di ricominciare, ma vi è anche una forte percentuale che indica la voglia di rivincita, e la voglia di dimostrare a se stessi e agli altri di potercela fare.

Si cercano quindi delle conferme, delle motivazioni, sia intrinseche, che estrinseche.

La metà hanno programmato e raggiunto subito le mete che si erano prefissate. Anche in questo caso, la maggioranza dice che l’infortunio non ha influito in nessun modo sul rendimento successivo, ma il 17% dice di aver avuto un blocco psicologico, mentre l’8% dice di non aver potuto riprendere l’attività agonistica, e l’altro 8% di aver avuto degli impedimenti sotto il punto di vista dell’allenamento. Si sentono leader di loro stesse, ma il 42% che pensa di non esserlo, indica il capitano come leader. A parità di percentuale (14%), abbiamo poi un compagno di squadra, l’allenatore, un familiare o un amico.

Sembra che le ragazze che praticano sport di squadra abbiano bisogno, come coloro che praticano sport individuali, di una figura singola e forte, ma vicina a loro nell’attività, una che magari meglio comprenda cosa significa stare all’interno di un gruppo, come, appunto il capitano.

Il leader è, per lo più, importante, ma un discreto 33% indica che è stato, al contrario, poco importante.

L’allenatore è stato presente e comprensivo per la quasi totalità dei casi.

La stragrande maggioranza praticanti sport a livello semiprofessionistico, potrebbe spiegare il 75% delle risposte che indica la società come presente e comprensiva.

Sentono anch’esse di poter gestire bene i propri stati emotivi, ma in percentuale minore, di avere sotto controllo il proprio futuro sportivo o quello della squadra in cui giocano.

Un’ultima considerazione, che è stata lasciata volutamente come dato di chiusura di questa tesi, è che sul campione totale preso in considerazione, l’11% ha dovuto interrompere la pratica dell’attività, agonistica o meno, come conseguenza dell’infortunio subito.

Non è un dato particolarmente rilevante, soprattutto se si pensa che alcuni di questi atleti, hanno abbandonato, non tanto perché non si è avuto un recupero psicologico, quanto perché non si è avuto totalmente quello fisico.

Emerge quindi, da questa ricerca, che la pratica di un’attività sportiva fa sì che i ragazzi acquistino fiducia in loro stessi e nelle loro possibilità, questo dato si deduce chiaramente dal fatto che, per tutti e quattro i gruppi presi in considerazione, la maggioranza ha sempre risposto di poter controllare le emozioni e di sentirsi leader di se stessi.

Questa leaderschip fa sì, ovviamente, che, anche di fronte ad un evento più o meno traumatico quale può essere considerato un infortunio, si abbia, in maggioranza, una reazione positiva, che porta l’atleta ad affrontare con tenacia le paure che possono susseguirne, ed a riprendere l’attività con una forza fisica ed interiore maggiore di prima.

Cap.1 Prefazione ,concetti di base
Cap.2 Questionario e obbietivi della ricerca
Cap.3 Risultati e Grafici
Cap.4 Conclusioni

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