I.S.E.F.  L’AQUILA SEDE DI CAGLIARI

ANNO ACCADEMICO 2000-2001

Recupero psicologico dopo  l’ infortunio sportivo.

Relatore:  Prof. Mauro Giovanni Carta         

tesi di diploma di Pisano Silvia  Matr. 11977   

Prefazione.

Questa tesi ha come scopo quello di evidenziare la diversa situazione psicologica, in cui si vengono a trovare gli sportivi che subiscono un infortunio sul terreno di gioco, ed, in particolar modo, quelli che sono i tempi di recupero psicologico, rispetto ai tempi di recupero fisico.

Per far ciò è stato creato un apposito questionario che è stato compilato da atleti di varie discipline sia di sesso maschile, sia femminile, appartenenti a diverse categorie, praticanti sport di squadra o individuali, sono state prese in considerazione, insomma, tutte quelle diverse situazioni che possono influenzare in un senso piuttosto che in un altro i tempi del recupero psicologico dopo l’infortunio subito.

Il primo capitolo di questa tesi sarà utilizzato per illustrare alcuni dei concetti più importanti inseriti nelle domande del questionario sopra citato, come ad esempio la figura di Leader, la definizione di motivazione, ecc..

Nel secondo capitolo sarà riportata la copia del questionario, inoltre, questo sarà esplicato in tutte le sue parti, per meglio spiegare quali sono i termini di comparazione fra le domande che saranno successivamente percentualizzate e riportate nei grafici.

Nel terzo capitolo saranno riportati i grafici e le percentuali di cui si tratta nel capitolo secondo.

Infine, nel quarto ed ultimo capitolo, tali percentuali saranno discusse ed evidenziate singolarmente.

 

CAPITOLO PRIMO

Alcuni concetti di base sui fattori che potrebbero influenzare il recupero

Introduzione.

Come già accennato nella prefazione, il primo capitolo di questa tesi sarà utilizzato per meglio descrivere cosa si indente indicare con alcuni termini che sono riportati nelle domande del nostro questionario. Fra i quesiti che sono stati posti ai nostri atleti, ve ne sono alcuni che possono essere considerati di fondamentale importanza, ma che, data la loro specificità nel campo della psicologia, vanno presi in considerazione e spiegati. I concetti fondamentali di cui noi tratteremo sono quelli che riguardano: la motivazione, presente nella domanda numero sei; l’importanza del prefiggersi delle mete, oggetto delle domande numero sette e otto; e il concetto e la figura di leader, che ritroviamo nelle domande dieci, undici e dodici.

La motivazione.

La motivazione può essere definita come la “forza” che spinge una persona a compiere un gesto.

Se associamo il termine di motivazione all’oggetto preso in analisi da questa ricerca, vedremo che essa è una elemento fondamentale senza il quale  non potrebbe aversi un pieno recupero.

L’atleta infortunato, infatti, è ferito non solo nel fisico, ma anche, e soprattutto, nella  psiche; per far sì che questo riprenda ad allenarsi ed a disputare gare e competizioni come faceva prima dell’infortunio, bisogna “cliccare sul tasto giusto”, trovare la giusta motivazione, avere, insomma, quella forza motrice che  lo spinge a riprendere per arrivare pian, piano, esattamente al punto in cui il suo lavoro era stato interrotto.

I fattori che influenzano la motivazione sono molteplici, ma per quanto riguarda il nostro lavoro i punti chiave da analizzare sono due.

Nella domanda numero sei del questionario più volte citato, sono state indicate, racchiuse fra parentesi, alcune opzioni che avrebbero potuto consentire all’atleta un recupero psicologico più veloce, tali opzioni sono semplicemente le componenti che vanno a formare i nostri punti chiave.

Secondo tutti gli studiosi della materia, infatti, la motivazione ha due fonti, l’una che attinge dall’interno della persona, motivazione intrinseca, e l’altra che attinge dall’esterno, motivazione estrinseca.

Le persone che sono motivate intrinsecamente hanno un impulso interiore, praticano il loro sport, e spesso riescono, perché è ciò che sentono al loro interno. Non hanno bisogno di riconoscimenti esterni, per loro la vittoria è sentita come una vera e propria soddisfazione personale, giocano e gareggiano per il piacere di farlo, e dare il massimo significa soddisfare il proprio orgoglio anche se nessuno assiste alle loro gare.

Le persone motivate estrinsecamente, invece, raggiungono le mete solo se sono motivate dall’esterno.

Hanno un continuo bisogno di rinforzi, siano essi positivi, che li spingono quindi a continuare a fare un qualcosa quando questa è apprezzata dal pubblico, oppure negativi, che li spinge, invece, a non ripetere un’azione quando questa non piace a chi giudica.

I rinforzi positivi che tali sportivi ricevono possono essere: tangibili come ad esempio trofei o incentivi monetari, e non tangibili, come il riconoscimento, il prestigio ecc..

E’ ovvio dedurre che  gli atleti motivati intrinsecamente, sono quelli psicologicamente più forti, che raggiungeranno prima le mete prefissatisi, che non si arrenderanno solo perché il pubblico fischia per la mancanza della forma fisica che consegue all’infortunio, o perché non ci si è classificati nuovamente al primo posto.

I fattori che possono concorrere a far sì che la motivazione estrinseca sia sminuita sono tanti, gli psicologi concordano, quindi, nell’affermare che maggiori sono le motivazioni che arrivano dall’interno della persona, maggiori sono le probabilità di ritrovare più velocemente l’ottimale forma fisica.

 

La fiducia in sé e l’importanza del prefiggersi delle mete.

Com’è già stato scritto nelle pagine precedenti, un atleta infortunato deve fare i conti prima di tutto con la sua psiche, deve lottare e farsi forza, se vuole riacquistare la forma perduta, deve cercare di vincere paura e sfiducia, e rimettersi a lavoro non appena il fisico glielo consenta.

Fare ciò non è, però, sempre così facile. L’intelligenza di uno sportivo infortunato si vede nel momento in cui questo capisce che, per ritrovare le capacità precedenti all’incidente subito, deve ritrovare fiducia in sé stesso; tale fiducia è riacquistabile solo se si lavora gradatamente, prefiggendosi man mano delle mete da raggiungere.

Le fiducia in sé è l’espressione dell’importanza che una persona da a sé stessa, è  la fiducia nelle proprie abilità per raggiungere degli obiettivi, è per un vero atleta, la speranza realistica di conseguire un successo.

Più la fiducia in sé stessi raggiunge il livello ottimale, senza però arrivare alla sicurezza illimitata, che spesso fa ottenere l’effetto contrario, più la prestazione migliora.

Raggiungere un livello ottimale di fiducia in sé stessi significa, per gli atleti che ci riescono, raggiungere delle mete realistiche, che sono state basate sulle proprie abilità.

Gli atleti che sono in grado di compiere questo tipo di lavoro, si conoscono profondamente, non cercano di raggiungere mete per loro irrealizzabili, ma si sentono soddisfatti e appagati nel momento in cui raggiungono i propri obiettivi; capita così, talvolta, che l’autostima che scaturisce dal raggiungimento di tali mete, spinga lo sportivo anche oltre i propri limiti, dandogli ulteriori soddisfazioni.

Quando la fiducia nel proprio valore non è, infatti, messa in dubbio, non si ha paura di tentare.

E’ bene ricordare, però, che  la fiducia nelle proprie capacità non rende immuni dagli errori.

D’altra parte, gli atleti che hanno poca fiducia nelle proprie capacità, che temono la sconfitta, diventano prigionieri psicologici dell’immagine negativa di sé stessi.

Sono intimiditi, agiscono sempre con l’ansia, la paura di sbagliare, di perdere, di non riuscire, si vedono dei perdenti, e questa loro visione li porta, alla fine, a divenire tali.

L’insicurezza che può scaturire in seguito ad un infortunio, può sfiduciare l’atleta tanto da farlo divenire un perdente.

L’importanza del prefiggersi delle mete si rileva quando con queste si sconfigge la paura, l’insicurezza, si ritrova, con il raggiungimento degli obiettivi, la fiducia persa al momento dell’infortunio.

Prefiggersi delle mete serve, allo sportivo, per sviluppare nuovamente sia le qualità fisiche che quelle psicologiche.

Tali mete, inoltre, serviranno da questionario per verificare i miglioramenti che sono stati fatti, o per correggere il lavoro fino a quel momento svolto, se questi risultati non si sono avuti o non hanno raggiunto il livello sperato.

La figura di leader.

A conclusione di questo primo capitolo, risulta quasi obbligatorio spendere alcune righe per parlare della figura di leader. A questo argomento si riferiscono direttamente la domanda numero dieci, undici e dodici del questionario, ma, indirettamente, anche le domande dalla tredici alla sedici. Che cosa si intende definire con il termine leader?

Il leader è il trascinatore, colui il quale riesce a realizzare la situazione sociale all’interno del gruppo (Lewin, 1961), la persona che spinge la squadra a realizzare gli obiettivi che tutti i suoi componenti ritengono importanti.

La persona che, all’interno di un gruppo unito, detiene la leaderschip ha, in sostanza, il compito di:

-                    contribuire a proporre gli obiettivi del gruppo;

-                    spingere il gruppo verso il raggiungimento di tali obiettivi;

-                    migliorare la qualità delle relazioni del gruppo;

-                    far utilizzare al gruppo le risorse disponibili;

-                    assicurare la coesione di gruppo;

Ovviamente quando si parla di gruppo, non s’intende per forza parlare di una squadra, la leaderschip è da ricercare anche negli sport individuali; in primo luogo perché raramente, anche in questi, ci si allena da soli, ma si entra, in ogni caso, a far parte di un gruppo e di una società sportiva; in secondo luogo perché, anche se si parla di rapporto allenatore-atleta, uno dei due avrà sempre maggiore carisma sull’altro, è certamente meglio se è l’allenatore a trascinare e incitare l’atleta che viceversa.

E’ bene sottolineare, però, che la leaderschip non è sempre produttiva, secondo il carattere della persona che, all’interno del gruppo la detiene, la leaderschip può essere esercitata secondo i seguenti stili:

-                    autoritario

-                    del “laissez-faire”

-                    democratico.

Lo stile autoritario è quello che è utilizzato da un leader severo, solitamente provoca negli atleti una forte dipendenza, ma anche instabilità e aggressività fra loro. E’ uno stile che limita l’estro dei componenti del gruppo, e provoca un rendimento quantitativo, ma non sicuramente qualitativo.

Lo stile del “laissez-faire” è, invece, l’esatto contrario. Provoca nei componenti del gruppo uno scarso riconoscimento del leader, li rende facilmente irritabili fra loro e insoddisfatti per il lavoro che svolgono, tutto questo fa sì che il rendimento sia, inoltre, di livello moderato.

L’ultimo stile è quello democratico. Questo tipo di leaderschip provoca negli appartenenti ad una società sportiva, una scarsa dipendenza dal leader, ma fa sì che vi siano anche dei bassi livelli di aggressività, che si sviluppi l’estro dei componenti, che il rendimento sia quantitativamente moderato, ma di livello qualitativo elevato.

Per quanto riguarda questa tesi, però, più che gli stili di leaderschip che possono essere utilizzati, è importante spiegare la differenza tra leader funzionale e leader socio-emotivo.

Il primo è quello che dà suggerimenti, guida il gruppo nella soluzione dei compiti, stimola la comunicazione, suggerisce molte idee, ma spesso non riscuote tante simpatie.

Il secondo è quello che tiene sempre alto il morale del gruppo e smorza le tensioni in caso di difficoltà, è colui il quale, attraverso il suo operare, mantiene la calma e la coesione.

Queste caratteristiche non sempre sono riscontrate nella stessa persona, solitamente, maggiori sono i livelli dell’attività sportiva praticata, maggiori sono le probabilità di trovarle in soggetti differenti.

Per ciò che concerne le domande di questo questionario, la figura di leader da prendere in considerazione è, sicuramente, quella socio-emotiva, della persona, cioè, che tende a far mantenere la calma, a far sì che l’ambiente circostante sia favorevole per un più tranquillo recupero sotto il profilo psicologico; inoltre lo stile che si intende sottolineare è, senza dubbio, quello democratico.

L’ambiente ideale in cui recuperare dopo un infortunio, è un ambiente sereno, calmo, in qui non mancano gli stimoli, in cui ci si può, come riportato nel paragrafo precedente, prefiggere delle mete, cui si deve, però, arrivare con gradualità, in cui non si deve aver paura di sbagliare, perché il risultato arriva, sicuramente, dopo la prestazione.

In ultima considerazione c’è da rilevare, però, che il leader che si deve seguire, soprattutto in un’occasione come quella che succede all’infortunio, deve avere anche un minimo d’autoritarismo, deve farsi rispettare, deve saper spronare l’atleta per fargli riacquistare la fiducia persa.  

 

Cap.1 Prefazione ,concetti di base
Cap.2 Questionario e obbietivi della ricerca
Cap.3 Risultati e Grafici
Cap.4 Conclusioni

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